Voglio riportare in questo articolo del mio blog questo bellissimo pensiero dell’insegnante Enrico Galiano.

E poi c’è lui. O lei. Il ragazzino bravo, quello che studia sempre, che si impegna, che ce la mette tutta e prende sempre bei voti.
Serio ma non serioso, profondo ma non pesante. Lui. O lei.
C’è sempre, in tutte le classi.

Lo vedi, che quasi si vergogna di rispondere sempre giusto. Che si sente strano a tirare fuori quelle parole che i suoi compagni neanche conoscono.
E li vedi, ogni tanto, i mugugni, le risatine, il darsi di gomito. Come fosse automatico che quello bravo è anche il secchione antipatico che vive solo per i libri. E invece non è così. Quasi mai è così.

Mi piacerebbe dirglielo senza dirglielo – ma dirglielo – che quello bravo ha la stessa fame che hanno loro: fame di amici, di battute sottovoce, di ricreazioni in mezzo a tutti e non in un angolino, a ridere sgranocchiando crackers o ringo o schifezze varie. La stessa identica fame. Anche di più.

Che essere quello bravo non è un’onta o chissà che, è come essere biondo, o portare gli occhiali. Che non c’è niente da invidiare o da odiare.

Mi piacerebbe dirglielo senza dirglielo – ma dirglielo – a tutti quei ragazzi che si danno di gomito, che quasi sempre quelli da cui guardarsi di più non sono quelli bravi.
Non sono quelli che cercano di tirare fuori il meglio da sé: ma quelli, e saranno tanti, che vogliono tirare fuori il peggio da loro.

Enrico Galiano